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Scritto da knidè    Giovedì, 05 Aprile 2012 12:49
Fotovoltaico Si, ma rispettando la nostra terra, il nostro Salento

Il fotovoltaico selvaggio che uccide l’agricoltura e il paesaggio del Salento
Molto si parla di “sostenibilità”. Auto, agricoltura, economia, tutto deve essere sostenibile. Ma tutti sanno davvero cosa significa? La parola è entrata nel vocabolario nel 1987 quando la Commissione Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Unite pubblicò il rapporto sul “nostro futuro comune”. Il rapporto definisce sostenibile “lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza pregiudicare la possibilità per le future generazioni di soddisfare i loro bisogni”. Detto in parole più quotidiane, suonerebbe più o meno “prendi solo ciò che usi e non sprecare nulla”. All’inizio, dunque, il concetto di sostenibilità aveva quasi una valenza etica, di impegno altruistico sul futuro.

Sembra assurdo, ma oggi una tecnologia utile e da favorire come l’energia fotovoltaica, assecondata da leggi regionali deregolanti e carenti di indicazioni, ha dato il via ad una forsennata corsa verso attività speculative a discapito dell’agricoltura e dell’allevamento locali, distruggendo tragicamente flora, fauna e paesaggio... questo è quanto sta succedendo in molti paesi del territorio salentino. Una miriade di aziende che operano nel campo delle energie rinnovabili hanno scoperto il nuovo “Eldorado” nell'ottenere facilissime autorizzazioni (specie per impianti fino a 1 MegaWatt di potenza) e nell’installare per ettari ed ettari senza nessuna prescrizione pannelli fotovoltaici tra olivi secolari, prati rocciosi dedicati a pascolo e masserie storiche. Così il Salento sta svendendo la sua più preziosa e interessante risorsa rappresentata dalla tipicità territoriale, dove antiche masserie e territori rurali incontaminati formano un’originaria identità paesaggistica, la chiave della sua anima. Il territorio del Salento che fin qui abbiamo vissuto nella complessa quotidianità moderna è il frutto curato dell’azione senza sosta del lavoratore della terra che, palmo dopo palmo, stagione dopo stagione, sotto tutti i cieli, lo ha modellato in virtù delle proprie necessità, spinto dall’obbligo di portare a casa l’indispensabile per sé e la propria famiglia. Tra pochissimi anni, se non si opera a tutelare subito questo immenso patrimonio di tutti i salentini, potremo ammirare al posto delle estese figurazioni nodose degli ulivi prodighi e materni nei secoli, di zone verdi in cui si trovano gli ultimi residui di macchia mediterranea, di zone umide, di prati rocciosi con gli armenti al pascolo, dei vigneti e dei nuclei boschivi relitti delle foreste originarie di leccio e alloro, distese sterminate di pannelli in silicio, con o senza inseguitore solare sostenuti da pali zincati, conficcati nel suolo con plinti di cemento accompagnati da chilometri di cavi elettrici. L’introduzione di questa tecnologia comporta stravolgimenti radicali della geomorfologia di ampie parti del nostro fragile territorio rurale: basti pensare che un parco di 1 MegaWatt equivale a 3 ettari di terreno e il conto è presto fatto. In molti comuni sono previsti parchi che raggiungono la copertura complessiva di 100 ettari. Per entrare meglio nelle dimensioni basti pensare che un parco di 100 ettari di fotovoltaico dislocato su suolo agricolo equivale all’estensione di un paese di 3.000 abitanti. Quanti tetti dei nostri tanti paesi potrebbero ospitare dei piccoli impianti domestici con gratificazioni economiche distribuite a tutti cittadini? Questi territori interessati dai progetti di “parchi industriali” di pannelli fotovoltaici hanno subito, subiscono e subiranno l’estinzione del paesaggio di pietra fortemente caratteristico, di quelle rocce affioranti, i nostri “cuti”, dove un tempo si facevano pascolare gli armenti, importantissimi per la termo-idro regolazione del microclima ed essenziali per una miriade di endemismi floro-faunistici locali, vale a dire emergenze naturalistiche che ritroviamo solo qui e in nessun altro posto al mondo. Tali campi saranno resi sterili e volutamente inquinati a suon di pericolosissimi diserbanti, già da tempo utilizzati in agricoltura con effetti altamente nocivi per gli agricoltori e i consumatori, nei campi fotovoltaici saranno utilizzati senza troppe attenzioni vista le finalità “non agricole” dell’impianto e l’assenza di controlli e di indicazioni in merito da parte degli enti preposti. Per non parlare della cementificazione indiscriminata e del forsennato consumo del territorio e del paesaggio bene collettivo... da ottimo suolo agricolo, o da pascolo, si vedrà violentato da chilometri di cavi elettrici e cabine ad alta tensione necessarie per il trasporto della corrente elettrica prodotta. Sicuramente resterà qualcosa per i cittadini e per i lavoratori locali? No! Questa è una neo-colonizzazione energetica dove in loco ci sono solo i cosiddetti “sviluppatori” piccole aziende locali che fanno sì di ottenere tutte le autorizzazioni necessarie per poi venderle, o meglio svenderle, a grandi ditte delle energie rinnovabili del nord Italia o, peggio, a multinazionali dell'energia. Il vero affare è nel Conto Energia e nei Certificati Verdi. Il Conto Energia è un’agevolazione governativa che integra il costo di un kilowatt pagandolo tre volte tanto e rendendolo vantaggioso per l’azienda titolare della produzione energetica. I certificati verdi sono degli speciali attestati rilasciati alle aziende che producono energia da fonti rinnovabili che attestano la non immissione in atmosfera di gas serra prima fra tutti la CO2. Questi certificati possono essere venduti dalle aziende produttrici di energia elettrica da fonti rinnovabili ad aziende di produzioni inquinanti, quali Cerano e ILVA di Taranto, al fine di permettergli ancora di inquinare e mortificare le genti che lavorano e vivono intorno. E il cittadino che vedrà sorgere questi parchi fotovoltaici intorno alle sue zone agricole che ci guadagna? Beh, gli unici ad avere un contentino, a dire il vero molto misero, sono i proprietari dei terreni. Ai proprietari spesso annichiliti dal miraggio del guadagno facile, vengono pagati indennizzi a seconda dell’entità del parco che possono variare da 3.000 € a 20.000 € l'anno. Ma una volta dismesso il parco spesso il costo di smaltimento dell’impianto, di ripristino dei luoghi e di bonifica se lo dovrà accollare il proprietario del terreno, e i costi  superano di gran lunga i denari "guadagnati" per l'indennizzo. A volte non ci guadagnano neppure questo poiché le stesse aziende acquistano direttamente i terreni dove localizzare l'impianto. Di contro il resto dei cittadini non ne guadagna un bel niente, neppure una semplice riduzione della propria bolletta elettrica. Veramente il cittadino, a conti fatti, ha tutto da perdere soprattutto in termini di salute e qualità della vita: inquinamento da diserbanti, aumento del processo di desertificazione del territorio, esponenziale aumento di fonti di inquinamento elettromagnetico, perdita irreversibile della tipicità dei territori salentini, riduzione dei suoli agricoli (il futuro prossimo si giocherà su risorse idriche e territori agricoli), cementificazione e industrializzazione dei territori destinati all’agricoltura e all’allevamento, perdita irreversibile di bellezze storico-paesaggistiche con gravissimo danno per le attività turistiche, inquinamento delle falde per aumento di diserbanti, dispersioni e scariche elettriche. Di certo tutta questa energia ci serve per le nostre abitazioni e aziende? È da sottolineare che noi, come regione Puglia, produciamo il 90% in più del nostro fabbisogno energetico, quindi siamo già una colonia energetica, e l’energia elettrica prodotta in Puglia serve a coprire il deficit di altre regioni. Le rinnovabili sono tecnologie che mal si prestano alla produzione massima di energia poiché l’energia più lontano va e più si disperde nel percorso. Le rinnovabili sono energie che devono essere prodotte e utilizzate in loco! Senza il Conto Energia e i Certificati Verdi le grandi industrie non avrebbero nessun interesse verso la produzione di energia elettrica da fonti alternative e rinnovabili, di contro il cittadino, o l’azienda, che produce energia da fonti rinnovabili per l'autoconsumo ha maggiori e innegabili benefici. Enunciato il paradigma “insostenibile” di una modernità tritasassi e miope, incapace di vedere al di là dello steccato del proprio giardino, cerchiamo di preservare quello che ancora di buono “resiste”, consapevoli della finitezza della risorsa-spazio, che non permette di progettare oltre il limite. Troppo spesso ci sfuggono le ragioni che stanno dietro alle espressioni di pietra, di solco, del vivere contadino di non troppi anni addietro. Sta quindi alla riflessione meditata dell’intera cittadinanza il compito di lasciare esposti al generoso sole del Salento le innumerevoli storie che hanno edificato con tenacia il nostro paesaggio rurale, un mosaico di briciole di terra dove i nostri contadini collocavano semi e speranze spinti dal dovere di portare avanti, a testa alta, il mestiere del campare onestamente la vita per dare un domani migliore ai figli ... per evitare che il Salento diventi un “posto senza cartoline”.
Giugno 2010 - CEA di Andrano gestione coop ULISSE