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Scritto da knidè    Mercoledì, 04 Aprile 2012 17:39
L'enigma del Sole Radiante

Formella rettangolare collocata sotto la mensola del locale adiacente la chiesa parrocchiale Castiglione d’Otranto e L’enigma del Sole Radiante. In un prezioso manoscritto inedito del '600 la soluzione del mistero dello "Stemma del Sole Radiante e degli Angeli in trono"

Castiglione d'Otranto: una interessante comunità salentina ricca di storia, di arte e di tante memorie tramandate dai numerosi feudatari che si sono avvicendati nel governo feudale del paese prima e dopo l'aggregazione al marchesato di Botrugno con la casata dei Castriota. Con l'ultimo discendente di questa famiglia, Francesco Saverio Castriota, il paesello di circa 400 abitanti viene infeudato nel tardo 700 dalla famiglia Bacile, che negli ultimi anni del secolo successivo acquisisce con decreto reale l'aggettivo "di Castiglione". Ma prima ancora di queste illustri casate, Castiglione aveva conosciuto altrettanti feudatari: dai De Corlay agli Hugot, dai Ventura ai Xarava del Castillo, dai Rondachi di Otranto ai Maramonti, passando da una baronia autonoma ad una "tenuta" marchesale. Giorgio Castriota, marchese di Botrugno era "tenutario" di Castiglione ed aveva stabilito la sua residenza non nel palazzo marchesale ma nel più piccolo e senz'altro meno lussuoso palazzo signorile di Castiglione. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1769 si pongono le premesse per la vendita della tenuta ai futuri baroni Bacile di Spongano, arricchitisi nel corso della seconda metà del XVIII secolo.


Di queste nobili casate oggi restano le testimonianze architettoniche, epigrafiche, artistiche e soprattutto documentarie, spalmate nei luoghi più insigni del paese e all'interno della chiesa parrocchiale, in particolar modo sulle pale d'altare, sui paliotti alla romana e sui cartigli delle tele ad olio commissionate proprio dai rappresentanti più illustri e cari alla popolazione del luogo. Sulle rampe di scale per ascendere ai piani superiori del palazzo signorile, ubicato nella piazza e quasi prospiciente la chiesa, si trovano incastonati alcuni blasoni nobiliari delle famiglie che hanno dimorato fra quelle spesse mura, che hanno visto, nel corso del tempo, numerose fasi di realizzazioni, dal secondo 500 al primo trentennio dell'800. All'interno iscrizioni vergate a mano che documentano la data delle architravi delle porte in legno; annotazioni di antichi lapicidi su pietre di scarto, e all'esterno i civettuoli beccatelli cinquecenteschi della torretta circolare merlata, testimone di un passato tardo medievale. All'interno della chiesa parrocchiale invece grande sfoggio di iscrizioni epigrafe in latino e in italiano, ricordi di benefici di jus patronatus laicorum, legati pro anima a vantaggio di coloro che hanno "detenuto" gli altari, corredandoli di patrimonio capace di produrre rendite annuali fino a 12/15 ducati per il sostentamento del cappellano beneficiato dalla famiglia feudale. Non è assente nemmeno lo stemma del paese sull'arco di gloria dell'edificio sacro, silenzioso ma incastonato alla perfezione per gridare a tutti il "jus patronatus universitatis", ossia il diritto e la pertinenza giuridica della matrice a tutta la municipalità, essendo stata costruita con le oblazioni di tutti i cittadini.

 All'esterno della chiesa, sul lato sud, in particolare sull'architrave di un locale commerciale che costeggia la strada verso l'uscita dal paese, in uno spazio poco visibile, sovrasta una piccola formella rettangolare, raffigurante un sole radiante ed ai lati due angeli seduti su un piccolo tronetto. Disposti in maniera che sembra confidenziale, con le ali aperte in entrambi i lati e le braccia quasi incrociate, fanno dei piccoli paggi alati due sentinelle che attendono l’aurora, per svanire all’improvviso sotto il chiarore della luce. Chissà se l’attuale collocazione sia quella originale; a prima vista potrebbe non sembrare tale. Forse si tratta di un residuo di formella, o forse di una chiave decorativa per la volta di architrave. Oppure il blasone di una casa nobiliare o stemma gentilizio? Se la giacenza dovesse risultare quella primitiva allora si potrebbe argomentare qualche stemma arcipretale, collocato sulla porta d’ingresso della sagrestia o della casa canonica. Certo, il mistero che avvolge la piccola formella si insinua ancora nelle nostre conversazioni culturali. Il ritrovamento però di un carteggio notarile della fine del 600 potrebbe gettare un raggio di luce sulla interpretazione del bassorilievo, tracciandone la provenienza e l’attribuzione ad una precisa istituzione.

In realtà si tratta di un documento del 1680 che riporta brillantemente i dati di una “Conclusione” di vendita di alcuni stabili e che contribuisce, in maniera netta, a definire meglio i contorni di una vicenda particolare con un avvenimento di carattere più generale e istituzionale. Al centro della contrattazione l’impiego della somma dei beni venduti per l’acquisto di altri beni stabili o capitali censi di maggiore rendita ed utilità. Lo stesso documento inedito contribuirebbe a suffragare molte ipotesi interpretative circa l’attendibilità e le riconducibilità della formella e certamente aiuterebbe gli studiosi ad associarla ad un soggetto produttore, sia esso nobiliare, arciprete o sociale, sciogliendo qualsiasi dubbio sul mistero che avvolge il sole radiante.

Naturalmente allo stato attuale il documento necessita di essere letto con attenzione, trascritto e, in alcune parti giuridiche, tradotto dal latino. Comincia il vero studio di analisi descrittiva del documento, di quella paleografica, ed infine l’analisi valutativa di tutto il contesto storico. Il Manoscritto originale del 1680 può senza dubbio considerarsi una preziosa fonte archivistica per la storia della comunità di Castiglione d’Otranto.

 pubblicato su L’Eco del Santuario – Anno XIV n° 4 2010 di Filippo Giacomo Cerfeda